Non tutte le fiabe iniziano con “c’era una volta…” e non tutte hanno un lieto fine. Là dove storia e quasi leggenda si confondono, inizia la fiaba della nostra vita montanara e ci racconta che, in un arco di tempo lungo e breve contemporaneamente, si è verificato un fenomeno di modificazione talmente rapido, diffuso e coinvolgente da trasformare la realtà civile, sociale, e Demografica dei nostri luoghi e cioè il passaggio da una civiltà secolarmente rurale, ad una civiltà industrializzata e tecnologicamente avanzata, credendo, nel tempo, discrepanze e contraddizioni sempre più profonde ed irreversibili. Questo per cercare di soddisfare un desiderio-bisogno di sfatare un mito latente di fame, di miseria, di povertà e decisamente orientato verso una ottimizzazione del tenore di vita.
I nostri ragazzi non possono e non riescono ad immaginare come si vivesse quando i giorni e le stagioni erano scanditi non dalle lancette dell’orologio, ma dalle necessità della vita agreste: la fienagione, la mietitura – trebbiatura, la vendemmia e relativo rituale di vinificazione, l’aratura, la semina, il riposo invernale, dedicato pur sempre alla cura delle bestie ed al ripristino degli attrezzi necessari in casa, in stalla, in campagna…. era un vivere faticoso, problematico, tribolato, ma lento e a misura d’uomo e un “sapere” pratico, saggio e discreto giocava a “passaparola” tra le varie generazioni delle famiglie patriarcali.
Allora non si comprava niente, si faceva tutto in casa: cibi, stoffe, attrezzi; si viveva del poco che la terra offriva a grandi e piccini, infatti il termine “consumismo” era sconosciuto, non era ancora entrato a far parte del linguaggio corrente; comunemente non si usavano neppure i soldi, perché le famiglie non ne possedevano, tanto che si praticava il “baratto” cioè lo scambio di prodotti della terra con altri necessari e proposti da venditori ambulanti. (sale, zucchero, olio, petrolio…)
Nell’ immediato dopo guerra era tanta la fame di terra in tutti gli angoli della penisola, la terra era sinonimo di sopravvivenza e mentre al sud si lottava contro il latifondismo (l’episodio di Portella delle ginestre ne è un emblematico esempio), da noi, già da molto prima si lottava contro la “macchia” cioè si cercava di dissodare gli incolti, di disboscare per ricavare terreno fruibile, coltivabile; riaffiorava il solito ritornello della terra che non bastava mai, perché scarsa era la resa e troppe le bocche da sfamare.
Perciò parallelamente alle attività contadine, specialmente quando la terra in dotazione era poca, subentravano attività alternative cioè mestieri complementari, solitamente stagionali.
Ecco allora che da tutti i nostri borghi, come da tutto il crinale appenninico, partivano alla volta della Toscana o della pianura Padana, pastori, braccianti, sterratori, manovali, cavatori, zappatori (vite frumentone), sfogliatori (gelso), lizzatori (trasportatori di marmo), mondariso, carbonai, bascaioli, scamaiatori (pulitori di alberi), mulattieri, segantini, demolitori, scranai (seggiolai).
In particolare poi da Minozzo partivano gli arrotini (i muleta), dalla Val D’Asta i mestolai, da Carù-Cerrè e Sologno i madonnai e gli inchiostrai, da Gova e da Morsiano gli stracciai, da Quara e da Gova gli inchiostrai; da noi arrivavano, come per una naturale turnazione, ombrellai, stagnini, magnan (aggiustatori pentole di rame) e i cantastorie che, negli angoli delle piazzette raccontavano, accompagnati da uno strumento musicale, di fatti ed avvenimenti drammatici, commoventi e toccanti. C’era poi l’uomo delle “vedute”, originario di Garfagno, che girava i paesi con una cassettina di legno contenente cartoline illustrate che faceva vedere in cambio di un piatto di minestra o di un bicchiere di vino.
Anche le donne non erano esenti da questo flusso migratorio; per loro, già da prima dell’ Unità d’ Italia, si prospettava l’opportunità di seguire i mariti verso le mete tradizionali o andare in grandi città (Milano – Torino – Genova – Livorno) come balie, cameriere, cuoche, lavandaie, stiratrici, guardarobiere, sarte, ricamatrici….
L’uomo, comunque, per la famosa “legge del pane”, ha sempre praticato spostamenti fin dalle sue origini, ce lo dice la storia.
In un testo-ricerca delle notarie si legge che già nel 1570 partivano dai nostri borghi alla volta della Maremma oltre 2.000 uomini con al seguito un numero consistente di capi di bestiame (29.000) tra grosso (Cavalli-Asini-Buoi) e minuto (Capre-Pecore). L’imigrazione nasce propriamente come fenomeno di accattonaggio, cioè persone, per lo più donne con bambini e anziani che si spostavano da un luogo all’altro mendicando e chiedendo l’elemosina in un periodo in cui il mercato lavorativo era talmente diffusa che i Sindaci furono costretti a regolamentarla con veri e propri “Permessi di accattonaggio”.
Nel 1800 poi, l’agronomo Filippo Rè cercò di ovviare a questo fenomeno indirizzando le donne alla raccolta delle ginestre per trasformarle in filato, utilizzabile come merce di scambio. (vedi Notari).
La posizione geografica del nostro territorio ha da sempre favorito movimenti migratori sia verso le direttrici tradizionali (Toscana –Pianura) sia spingendosi verso la Corsica, la Sardegna, la Lombardia, il Piemonte, fino a sconfinare in Francia, Belgio, Germania, Stati Uniti, Brasile, Argentina.
D’altro canto, la nascita delle industrie, proiettate sempre più verso un apice di produttività e di affermazione, reclamavano continuamente nuove braccia: ecco che allora l’emigrazione cede il suo passo di stagionalità a un doloroso trasferimento definitivo con relativo abbandono dei luoghi d’origine. Era un passaggio traumatico e drammatico che richiedeva un drastico cambiamento di stili di vita, ma il miraggio di uno stipendio e di un tenore di vita migliore ha avuto la meglio, era sovrano ad ogni nostalgia, ad ogni impatto, ad ogni difficoltà. La nostra montagna si è così dissanguata, sparpagliando i suoi figli in ogni angolo del mondo; qui ora vi regnano l’abbandono e la solitudine.
Noi che ancora vi abitiamo non siamo più contadini o pastori, non siamo già lavoratori di industria perché non ne abbiamo; siamo dei sognatori? Dei nostalgici? Dei mammoni? Una cosa è certa: la linea che corre tra ciò che amiamo e ciò che da tanto speriamo va comunque e ad ogni costo spezzata; forse così la montagna potrà tornare ad essere viva in ogni suo anfratto.
Annamaria Fioroni