Storia recente: guerra e resistenza

Memorie della prima metà del XX secolo

Il periodo della prima metà del XX secolo è stato protagonista di vicende che hanno segnato e toccato profondamente le popolazioni del Comune di Villa Minozzo. La guerra, dichiarata dall’Italia il 10 giugno 1940, ha coinvolto e provato direttamente tutta la montagna entrando prepotentemente nelle case, nei borghi, nell’animo di intere comunità.

Dopo il voto di sfiducia a Mussolini, il 25 luglio 1943, cominciò a diffondersi un forte sentimento di insofferenza della guerra:

“Mei la vanga a vangar la tera

che un schiop a far la guera”

(Meglio la vanga per vangare la terra

che un fucile per fare la guerra)

Niente può fare tacere la fame della famiglia contandina, i detti ironici e la satira cominciarono a diffondersi intessendo le trame della disillusione, evidenziando così un generale disagio e un mal contento collettivo. Tutto questo si colloca su un piano avente come comune denominatore l’obiettivo di uscire dalla guerra e dalla dittatura fascista. Non è il piatto conformismo fondato su una sola posizione, ma la pluralità delle idee che vivacizza e arricchisce il quadro generale di quel movimento chiamato Resistenza, che dal 1943 si organizza, anche militarmente per liberare e ricostruire l’Italia. Per molti, la via più sicura per entrare in gioco è la montagna, con la sua mancanza di reti, strade, con case e borghi isolati, con la sua popolazione accogliente. Infatti quel vasto territorio montano che sta tra le alti valli del Secchiello e del Dolo diventa subito la culla della Resistenza montanara. Sicuramente questo dipese dalla poca accessibilità e dalle caratteristiche fisiche del territorio; ma ci sono certamente anche altre ragioni: la tradizione sociale impronta fortemente comunitaria propria del Paese che educa ad un profondo senso di uguaglianza, di condivisione e di fraternità. In particolare alcuni fatti testimoniano che l’attività partigiana era in pieno svolgimento e la popolazione stessa del nord pagava pesantemente, con il sangue, per liberarsi dall’invasione tedesca e dal fascismo.

Le pendici del Prampa e del Cusna, nelle alte valli della Luccola, del Secchiello e del Dolo divennero un territorio di insediamento partigiano, culla del partigianato reggiano e modenese. Paesaggio in un certo senso privilegiato perché lontano da presidi fascisti, generalmente collocati nei capoluoghi di comune, già sedi di caserme dei carabinieri (Toano, Villa Minozzo, Ligonchio), territorio impervio perché privo di strade carrozzabili, ma soprattutto abitato da montanari con un radicato senso di libertà, ospitali, pronti a comprendere le ragioni dei primi partigiani come già quelle degli ex-prigionieri alleati e dei militari in fuga dall’obbedienza ai tedeschi. La militazione di tantissimi giovani di diverse estrazioni sociali tra cui parroci (si ricorda la 284° brigata Fiamme Verdi “Italo” capitanata da Don Orlandini Domenico “Carlo”), donne, bambini, ha disegnato la resistenza del nostro comune. Tutto questo non senza conseguenze; tra i ricordi più dolorosi, oltre alla memoria di incendi, saccheggi, fame, deportati, si annoverano l’eccidio di Cervarolo, l’eccidio di Villa Marta (San Bartolomeo), l’eccidio di Minozzo, la battaglia di Cerrè Sologno, e la battaglia del Passo delle Forbici  (Civago). ( Liberamente tratto da: G. Giovanelli, Fiamme verdi, Reggio Emilia, La nuova Tipolito, 2002, pp. 17-89)

 

Umberto Monti ci racconta così il tragico episodio dell’eccidio di Cervarolo:

“la domenica mattina, Festa di San Giuseppe, il paese è invaso da militi e tedeschi in cerca di partigiani […]. Il lunedì mattina, un altro reparto […] guidato da militi fascisti occupa sul far del giorno il Paese. Seguendo indicazioni molto precise, […] circondano l’abitato, uccidono un giovane di leva e suo padre, poi iniziano il rastrellamento di tutti gli uomini che conducono sull’Aia, saccheggiano il paese in un crescendo di minacce e di finte rassicurazioni. Catturano anche il parroco (Don Battista Pigozzi) e gli ingiungono di firmare un documento. Rifiuta. […] Viene denudato ed esposto al freddo e al ludibrio. Non firma. […] Dopo ore interminabili di supplizio, durante le quali vengono oltraggiate anche le donne della sua famiglia, le SS lo conducono sulla’Aia del paese. Un’altra lunga attesa, tra speranze sempre più flebili. […] Un altro tentativo per indurre il prete a fare il nome di partigiani. Poi l’incendio del Paese. Sul tramonto, arriva il comandante di ritorno da Civago dove, con un gruppo di miliziani e di tedeschi, aveva fatto tre morti e un ferito grave, bruciate 50 case, di cui 30 ridotte a macerie, rubato, saccheggiato. Quando il parroco ha la mano alta per un’ultima benedizione, le mitragliatrici compiono la strage.

Sono venticinque uomini, compreso il loro parroco. Sulle loro salme i tedeschi gettano liquido incendiario perché brucino insieme al paese intero. Poi se ne vanno. […] Quattro di loro sono soltanto feriti. Uno muore dopo poco. […] Solo più tardi i tre riescono ad alzarsi e a mettersi in salvo. Non saranno i primi a dare notizia della strage. Alcuni tedeschi, passando da Gatta ne accenneranno alla popolazione. A Gazzano le SS francesi, mute, la lasceranno intendere: tutti i ribelli KAPUT. In realtà, con i due uccisi al mattino, 24 innocenti”. (Cfr. U. Monti, Raffiche di mitra in montagna, Tortona, Società libraria editrice, 1946, pag.94)

 

Resta, della presenza storica, la memoria che ogni anno il Comune di Villa Minozzo, in collaborazione con scuole e associazioni, rievoca nelle Commemorazioni.



Links

I Caduti del Comune
European Resistance Archive


Pagina aggiornata il 12/03/2025

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